9 mesi fa 04/01/2022 00:01

Valorugby: Roberto Manghi “i giovani devono crescere nei propri club”

“Le franchigie che senza volerlo spengono gli entusiasmi”

Parmigiano doc classe 1958, Roberto Manghi è stato un pilone vecchio stampo che ha vestito le maglie delle due squadre di Parma e Noceto. Prima al Gran Parma e poi al Rugby Reggio ha sviluppato la sua carriera di allenatore, sempre a Reggio ma sotto il nome di Valorugby Emilia sta provando a conquistare il primo scudetto con il doppio ruolo di Direttore Sportivo e capo allenatore.

 

“Come giocatore, allenatore e dirigente ormai mi considero un Parmigiano... Reggiano. Battute a parte, non posso che essere onorato e orgoglioso di avere questa opportunità. Se la merita il nostro presidente in primis, se la merita il gruppo di persone da anni impegnate a far crescere il progetto” esordisce Manghi dalla Gazzetta di Reggio.

 

Il Valorugby Emilia è da un paio di anni tra le prime forze del campionato. Questa stagione di Peroni Top10, dove attualmente i reggiani occupano il secondo posto dietro al Petrarca, la squadra sembra avere qualcosa in più dell'anno scorso anche grazie all’arrivo di giocatori esperti e di talento come Diego Antl, Gonzalo Garcia, Massimo Cioffi per citarne qualcuno…

Inoltre i giovani di talento non mancano, viene sicuramente in mente Giulio Bertaccini che ha dimostrato quanto vale nell’Italia Emergenti.

 

Io non guardo l'età dei giocatori che ho. Se ci sono ragazzi che in questo momento si stanno mettendo in evidenza, il merito è del gruppo squadra nella sua totalità. Per un giovane che emerge c'è un compagno più esperto che lo aiuta e lo sostiene, dà il giusto consiglio in campo. C'è uno staff che sa metterli nelle condizioni migliori di esprimersi. E dirò di più: abbiamo altri giovani da lanciare. Penso a Teneggi, Mazzei, Pagnani: arriverà anche il loro momento”.

 

Garcia è un punto fermo pur non essendo un vecchio… “Garcia è il miglior giocatore del campionato italiano. Punto. Bravi noi a portarlo in Europa, così come gli altri giocatori argentini (Castiglioni, Diaz, Sbrocco, ndr) . Il progetto era che giocassero come "italiani", così ci era stato prospettato in primavera dalla Federazione, ma poi la Circolare Informativa pubblicata conteneva regole diverse. Non importa, nella mia squadra non ci sono italiani, argentini, sudafricani o neozelandesi. Ma solo giocatori che credono nel progetto Valorugby, orgogliosi di portare il valore sportivo di Reggio e dell'Emilia sui campi di tutta Italia”.

 

Quanto vale l’aiuto dell’ex CT dell’Italia Jacques Brunel?“Jacques è prima di tutto un amico che crede nel progetto. Per noi è un punto di riferimento: la sua esperienza internazionale è un valore aggiunto nel continuo confronto sulle strategie e i sistemi di gioco. La sua presenza mensile è di aiuto a tutto il gruppo. Anche in questo caso non posso che ringraziare il patron per averci dato l'opportunità di avere Jacques in uno staff che vede anche il contributo fondamentale di Viliami Vaki, Antonio Zanichelli e Silvano Garbin che coordina un gruppo di giovani preparatori atletici di altissimo livello”.

 

E il rugby italiano come si sta muovendo? “Si fatica, non da oggi. Io ho una mia teoria: credo che la rinascita del rugby italiano non possa prescindere da una valorizzazione del massimo campionato fatto di club legati ai territori, che crescono tanti giovani desiderosi di crescere e rappresentare un giorno la maglia azzurra. Dobbiamo credere di più nella nostra identità. Noi italiani siamo diversi, viviamo di sogni ed emozioni. Pensiamo solo a come storicamente abbiamo dato vita al Rinascimento. Noi non siamo anglosassoni, né sudafricani. Non è detto che il loro modello sia quello giusto per noi. Le due franchigie non hanno raccolto né risultati né portato giocatori di livello in azzurro, infatti la Nazionale perde da anni. Penso sarebbe meglio tornare ad un campionato italiano più competitivo e attrattivo per giocatori, squadre e tifosi dal Piemonte alla Sicilia, perché oggi si fatica ad arrivare a Roma. Mi auguro che il nuovo corso Fir vada nella direzione di cambiare davvero anche l'alto livello del rugby italiano. Basta con la brutta abitudine conservatrice: bisogna guardare avanti, non indietro. Il cambiamento non deve essere interpretato come un giudizio sul passato, ma una naturale e necessaria evoluzione in un mondo che cambia velocemente. I giovani debbono crescere nei propri club per poi approdare nel Top 10, non a fianco delle Franchigie che senza volerlo "spengono" gli entusiasmi. Va costruito un sistema di canali intercomunicanti che permettano di crescere a chi decide di investire. Dobbiamo recuperare entusiasmo e cuore. Quando vedo i nostri giovani dare il 100% di se stessi, ritrovo le motivazioni che mi hanno portato tanti anni fa a lavorare nel mondo del rugby. Il campionato va progettato costringendo le società ad essere professionali anche se il nostro sport è dilettantistico. Più strutture, più organizzazione, più marketing”.

 

Oggi c’è l’ombra del covid a far paura, come per la scorsa stagione. “Il Covid non riguarda solo il rugby, non riguarda neanche solo lo sport in generale. Ma siamo dinanzi a un fenomeno storico inedito contro il quale, ad oggi, l'unica arma che abbiamo a disposizione è quella del vaccino. Venendo a noi, abbiamo avuto a fine dicembre una decina di giocatori positivi. Come società abbiamo da sempre messo al primo posto la salute dei ragazzi senza risparmiarci con tutti gli strumenti a disposizione, dai tamponi alle norme di sicurezza e prevenzione, e ringraziamo l'Ausl per il sostegno alla gestione di queste situazioni. La Fir sta facendo il possibile, ogni società deve fare la propria parte”.

 

 

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Foto Daniel Cau

 

 

 

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