5 mesi fa 09/07/2019 01:27

Federico Ruzza: meno playstation, più libri

A colloquio con Federico Ruzza, uno dei giocatori più in vista dell’ultima stagione, sia a Treviso che in Nazionale.

Federico Ruzza è nato a Padova il 4 agosto del 1994. 1.98 per 98 kg, sono 69 le presenze in Pro14 tra Zebre (37) e Benetton Treviso (32). 13 le mete (4 a Parma, 9 a Treviso). Quest’anno ha accumulato 1009 minuti in campionato, risultando il giocatore più utilizzato in seconda linea da Kieran Crowley. A livello di statistiche, solo Tadhg Beirne del Munster ha rubato più touche (9 contro le 7 dell’italiano).

Articolo pubblicato su Allrugby di luglio 2019, numero 138

di Federico Meda
 

La prima intervista a Federico Ruzza apparsa su Allrugby data giugno 2016, al termine della prima, felice, stagione alle Zebre. Ne seguirà un’altra prima del passaggio al Benetton Treviso. All’epoca si disse felice del minutaggio, dell’opportunità. Aveva 22 anni da compiere e una sorella, Valentina, che aveva già esordito in Nazionale. Nel tempo libero giocava alla playstation e ricordava volentieri il passato a numero dieci, o in generale nei trequarti, che aveva contraddistinto la sua gioventù al Valsugana. Ed ora eccoci qui a commentare il Sei Nazioni da protagonista, i due Man of the match conquistati in stagione (Dragons e Zebre, entrambe le partite condite da una segnatura), la meta all’RDS di Dublino nel pareggio con i campioni del PRO14 del Leinster, l’impresa sfiorata in Challenge e la prestazione - completa di touche rubata sui propri cinque - contro Munster nello sfortunato quarto di finale a Thomond Park.

 

Cos’è cambiato in questi tre anni?
“Tanto, tutto, ho esordito in Nazionale; mi sono tolto davvero delle soddisfazioni in PRO14; sono una persona diversa. Tanto è dipeso dalla scelta di andare al Benetton, si è rivelata giusta per il percorso che volevo intraprendere.”

Avevi dubbi?
“I cambiamenti portano sempre delle incertezze, qualche preoccupazione c’era perché alle Zebre mi ero trovato molto bene. Però il progetto, lo spirito, la personalità di Crowley e la possibilità di avvicinarmi a casa sono stati determinanti.”

Quanto è cambiato l’approccio da quando ha saggiato questo livello?
“Siamo molto più seguiti, soprattutto a livello tecnico. Si passa molto tempo a studiare rugby e a preparare la partita. Poi l’essere responsabilizzati, quindi coinvolti, significa portare al campo tanto. C’è attenzione. “

Miglioramenti?
“Mi sento più solido, affidabile. Con ancora delle pecche, a livello difensivo sono ancora lacunoso”.

Quali sono i tuoi riferimenti?
“I mostri sacri: Retallick, Wyn Jones, Gray, Fardy. Gente con work rate ottimi, capaci di portare palla, lavorare in ruck, placcare tanto e bene ed essere determinanti in rimessa laterale.”

Tutte cose che anche tu sai fare bene.
“Sì però loro sbagliano meno e hanno anche dei colpi di genio. È questo che si chiede a un campione nel rugby di oggi: sbagliare poco o nulla e fare una volta a partita qualcosa di eccezionale.”

Tipo la touche rubata con Munster sui cinque metri del Benetton nel quarto di finale…
“Sì, poi farlo nella partita che io considero la più importante giocata nella mia carriera è stato speciale. Peccato non sia andata come doveva andare.”

Come l’ha vissuto la squadra, il gruppo, questa sconfitta?
“È stata una prestazione incredibile. Strascichi negativi non ce ne sono stati ma il dubbio che non sai quando rigiocherai una partita così rimane. Se guardiamo il nostro girone, eravamo tutti lì, sarà difficile ripetersi.”

Come guardi al futuro di questo gruppo, hai appena rinnovato il contratto fino al 2021.
“Quando si vince l’atmosfera è eccezionale, l’umore aiuta ad andare al campo e lavorare al meglio. L’obiettivo è sempre fare di più perché ci sono cose che si possono migliorare. Alcune non sono andate benissimo durante la stagione, dovremo analizzarle.”

Ci sarà anche la Champions Cup, stavolta con un organico e delle ambizioni da primi della classe. Almeno sulla carta.
“Uno dei rammarichi quest’anno è stato il mancato passaggio ai quarti di Challenge, potevamo andare lontano. Ora abbiamo una sfida di un livello superiore che però - forse per la prima volta - affrontiamo al 100%. Le italiane hanno sempre partecipato alla Champions con timidezza, ora c’è consapevolezza.”

Hai iniziato il Sei Nazioni in panchina, poi ti sei guadagnato il posto. Cosa ti è rimasto dell’azzurro?
“Nonostante il risultato l’esperienza di giocare a Twickenham me la porterò stretta. La fama dello stadio e del pubblico è meritata. Grandi emozioni, di quelle buone. Per il resto ci è mancata la vittoria (Federico in 12 apparizioni con O’Shea non ha mai vinto un match, ndr) ma non è andata male. Intendo da dentro.”

Ora il Giappone, che effetto fa?
“Il rugby non è il calcio, in cui i club e la loro attività sono predominanti rispetto alla Nazionale. Una rassegna quadriennale è il compimento di un percorso per tutte le squadre. Al Mondiale, non tutti i giocatori possono pensare di giocare quello dopo ed è una vetrina impareggiabile. Dare il 100% è il minimo perché il livello è sempre in crescita.”

Il sogno sono i quarti, O’Shea ci crede. Voi?
“Non ci siamo mai riusciti, è per forza il nostro obiettivo. Per il momento è importante prepararci bene al risultato penseremo più in là.”

Ti abbiamo visto giocare tanto e bene in questi tre anni. Nel tempo libero è cambiato qualcosa?
“Sì, l’hobby principale (la playstation, ndr) l’ho messo da parte. Leggo, cercando di evitare romanzi.”

Perché?
“Preferisco libri che mi insegnano qualcosa. “

Tipo?
“Biografie, saggi. Un po’ da autodidatta sto cercando di capire come continuare gli studi. Mi sto prendendo un po’ di tempo per decidere bene. “

 

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