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Bella roba le domeniche pomeriggio di giugno in casa. È appena finita Nuova Zelanda – Italia under 20, secondo impegno degli Azzurri di Alessandro Troncon nel Mondiale di categoria, aperto con la bella vittoria sull’Irlanda. Il punteggio finale è stato 68-26 per i baby Blacks, con parziali di 39-21 e 29-5 (e 10’ di nostra superiorità numerica). Meno di un punto al minuto, come sarebbe stato lecito pronosticare. La partita, stavolta in maniera talmente chiara e trasparente che non credo se ne possa discutere, ha detto cose di una certa rilevanza. Sul presente e sul futuro del nostro movimento. Nell’ottica, una volta depurata la discussione delle scontate posizioni ideologiche, di un’analisi finalmente oggettiva di ciò che è e di ciò che potrà diventare il rugby italiano di vertice da qui a qualche anno. Facciamo cinque, per comodità.

Cominciamo la disamina dalle cose buone emerse nel corso degli 80’ georgiani.

  1. Italia più che sufficiente:
  • In mischia chiusa
  • In rimessa laterale
  • Nell’esecuzione del raggruppato avanzante
  • Nel comportamento individuale e collettivo nella zona di collisione
  • Nel placcaggio in spazi ristretti
  • Nella distribuzione dei giocatori sullo spazio
  • Nel rispetto del regolamento
  • In generale nell’uno contro uno fra avanti

 

2    -    Italia quasi sufficiente

  • Nella difesa al largo su palle lente (non di recupero e non di contrattacco)
  • Nelle prese al volo sotto pressione
  • Nel recupero di palla sul placcato a terra
  • Nell’uso dell’offload

 

3    -    Italia insufficiente

  • Nel gioco rotto
  • Nell’uno contro uno in spazi allargati
  • Nella ricerca di linee di corsa efficaci


Gli indicatori di cui al punto 1 possono essere acquisiti (anche collettivamente) attraverso esercitazioni mirate e fasi molto particolareggiate di lavoro istruente. Trattasi, in buona sostanza, di meccanismi chiusi. Ragion per cui appare evidente che un loro eventuale ulteriore miglioramento non potrà che passare attraverso un incremento quantitativo, prima ancora che qualitativo, delle “ore lavorate” sui vari temi individuati.

Gli indicatori di cui al punto 2 seguono più o meno lo stesso destino di quelli del punto 1. Con la differenza che nel computo complessivo dell’efficacia finale ottenuta o prevista entra una quota (non maggioritaria ma certamente non residuale) di predisposizione individuale, di qualità innata. Non proprio del talento in senso stretto, ma quasi.

La qualità di tutto quanto catalogato al punto 3, invece, dipende quasi esclusivamente (90% e più, per andare sul pratico), dalla qualità di base (naturale) del soggetto e dei soggetti con cui lo staff tecnico si troverà a lavorare. Molto più banalmente: finché gente con la velocità di base come (per citarne solo alcuni) il centro Ennor, l’estremo Jordan, l’apertura Tua o il 9 Hauti –Para, continuerà a giocarci contro, e finchè noi non riusciremo a mettere la maglia azzurra a gente con lo stesso spunto di velocità, la medesima rapidità di gambe e un’identica reattività di caviglie… saremo condannanti a fare festa con  montagne di fichi secchi. Buoni e volte persino deliziosi ( fichi secchi, e non solo a Natale), ma che non saranno mai caviale, filetto o ventresca. Del tipo: con la NZ ne abbiamo presi quasi 70 ma abbiamo segnato 4 mete. Chi si accontenta…

Perché, per quanto poco lusinghiero possa apparire, è bene ribadire che (purtroppo) non è vero che tutto è allenabile. E finchè nel nostro paese, al rugby si avvicineranno solo soggetti strutturalmente lenti (fibre bianche, rosse, rosa…), il massimo che potremmo sperare di ottenere sul campo sarà di subire poco. Non certo di imporci.

Nella personale convinzione che, attualmente, a occuparsi della formazione del nostro rugby giovanile di elite siano tecnici capaci, preparati, competenti e motivati. Che agiscono all’interno di un progetto di sviluppo credibile e condiviso da nazioni molto più evolute di noi. E che la partita di oggi contro la NZ abbia testimoniato dell’accuratezza del lavoro svolto e della grande dedizione dei ragazzi in campo.

Per chiudere, nel segno della chiarezza e dei messaggi facili da comprendere e da veicolare, un invito a quanti si occupano di rugby di base. Segnatamente a coloro che fanno promozione e reclutamento. Per favore: cercateli veloci e rapidi (i futuri giocatori)! Non grandi e grossi. Perché grossi, anche senza infrangere alcuna legge, si può diventare. Veloci: no. Mai. Al massimo un po’ meno lenti, che non è la stessa cosa. E siccome siamo 60 e passa milioni (di età media un po’ elevata, è vero), non può essere che non si trovino un centinaio di soggetti veloci e rapidi per classe di età. E una volta individuato il centinaio, non si riesca a portarne il 20% a giocare a rugby. Basterebbero!

Buona caccia.

 

Risultati e classifiche della World Rugby U20 Championship