2 mesi fa 08/05/2020 19:59

Vita da coach: Mirco Bergamasco e la formazione francese

“All’inizio ho fatto l’errore di voler allenare come mi allenavo io da giocatore”

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Mirco Bergamasco. L’ex azzurro oggi allena in Francia e ha risposto alle nostre domande in diretta Instagram Rugbymeet dalla sua casa nei pressi di Angouleme. L’ex trequarti azzurro - 89 presenze e 256 punti con l’Italia - è al secondo anno di esperienza da allenatore, dopo una stagione con il Rugby Club Aubenas-Vals (Federal 1) oggi è l’assistant coach dei trequarti del Soyaux-Angoulême, club di PROD2 che al momento della sospensione del campionato occupava il 7° posto del secondo campionato professionistico di Francia.

Bergamirco”, che con il Soyaux-Angoulême XV ha un contratto triennale con scadenza nel 2022, ci ha parlato di formazione, dell’approccio tecnico in Francia ma soprattuto della sua nuova vita da allenatore.

 

Ciao Mirco, come stai e come state affrontando in Covid in Francia?
“Sto bene, nella regione in cui sono c’è qualche caso, ma isolato. Rimango confinato in casa con mia moglie sperando che tutto passi presto. Dall’11 maggio iniziamo il deconfinamento”.

I campionati di rugby sono praticamente annullati anche da voi.
“Tutto lo sport professionistico è terminato. E’ in atto un protocollo che il club dovrà seguire per far tornare a giocare i giocatori in vista della prossima stagione di settembre. Sperando che vada tutto per il meglio.”

 

Come occupi le tue giornate lontano dalla routine di allenamenti e partite?
“Sto seguendo corsi di formazione per diventare allenatore a tutti gli effetti. Qui ci sono due tipi di percorsi di formazione, il primo lo finisco quest’anno, il secondo lo finirò l’anno prossimo. Abbiamo quasi tutti i giorni delle video lezioni a distanza con il gruppo di allenatori e i docenti formatori. Parte della mia giornata è dedicata a questo.”

“Inoltre lavoro quotidianamente con lo staff. Io mi occupo dei trequarti e della difesa. Nel tempo libero con mia moglie seguo serie TV e guardo film su Netflix, un pò come tutti.”

 

Come è stato il tuo approccio da allenatore?
“All’inizio ho fatto l’errore di voler allenare come mi allenavo io da giocatore. Non deve e non può essere così. Con il mio arrivo ho portato esigenza, ho abolito le parole non posso o non riesco. Proviamo, poi vediamo dove lavorare per migliorare”.

 

Hai vissuto a pieno da giocatore il sistema del rugby italiano e quello francese. Ovviamente i numeri e gli interessi in Francia sono molto superiori ai nostri, ma su cosa deve puntare il rugby italiano per fare il salto tanto atteso?
“Non conosco il sistema formativo italiano, posso parlare di quello che c’è qui. Qui la formazione non è scontata, dietro alla formazione dei giocatori c’è un grande lavoro ed essere allenatore è un riconoscimento considerato al livello di un attestato universitario. Non è importante che tu sia stato un internazionale, qui in Francia ho scoperto cose che spesso vengono sottovalutate ma che sono molto utili”.

“In Francia vivo il rugby tutti i giorni, è il mio lavoro, qui c’è un sacco da fare a livello di formazione. I centri di formazione in Francia agiscono dai 16 ai 18 anni, le Accademie dai 19 ai 21. Qui la FFR controlla costantemente la qualità dell’offerta di formazione per i giovani di interesse. Stanno facendo un buon lavoro, a dimostrarlo sono i risultati della Francia U20 che ha vinto le due ultime Coppe del Mondo, questo perché c’è un lavoro dietro che permette di creare talenti, giocatori di livello. Non sono usciti tantissimi giocatori dalla Francia U20 al Top14, il salto è impegnativo, ma alcuni ci sono arrivati… Qui gli staff tecnici non rincorrono metodiche di altri paesi, hanno la loro base, si aggiornano continuamente e fanno quel che possono per innovare.”

 

Ora alleni il SA XV Rugby, una squadra di ProD2 che è stabile a metà classifica, a che livello la rapporteresti al nostro rugby? Al Top12 o al livello di una franchigia?
“E’ la seconda divisione ma è professionistica al 100%, in ProD2 hai giocatori preparati e motivati a fare il salto in Top14. Penso che il Top12 corrisponda al livello di una squadra di bassa classifica in ProD2 e a una squadra di alta classifica di Federal 1. Benetton Treviso e Zebre le associo al livello del Top14.”

 

C’è un allenatore a cui ti ispiri?
“A mio padre Arturo sicuramente, è stato sempre presente da giovane, mi ha sempre dato parecchi consigli. Non ha mai obbligato ne me ne mio fratello Mauro a giocare a rugby ma ci ha sempre supportato nelle nostre passioni, ovviamente sempre ligi alla scuola.
A livello seniores ne ho avuti tanti di allenatori…
PierreBerbizier mi ha dato particolare fiducia. Mi ha dato la possibilità di giocare centro, lui si che aveva piena fiducia in me. Mi ispiro anche a Fabien Galthiè sebbene non avessimo un rapporto eccezionale, ma a livello tecnico con lui sono cresciuto tantissimo, mi ha aiutato a migliorare parecchio. Ognuno di loro mi ha dato qualcosa soprattutto in età adulta.”

 

Che giudizio hai sulla Nazionale italiana?
C’è stata una crescita va riconosciuto, ma non dimentichiamo che non siamo i soli a crescere, anche le altre nazionali crescono, migliorano… E noi siamo sempre a rincorrere.”
 

Cosa si può fare per evitare di dover sempre rincorrere? I nostri giovani azzurri sono a livello? Forse l’Italia non è il posto giusto dove migliorare?
“I giovani italiani sono spinti a rimanere in Italia altrimenti rischiano di non essere convocati in Nazionale, io consiglio loro di fare le valigie per andare a mettersi alla prova all’estero, magari all’inizio giocheranno poco ma dal secondo anno sapranno rifarsi.”

“La mia prima esperienza all’estero la ho avuta a Parigi a 20 anni, il primo anno ho gioco solo 5 partite. Ho lavorato nelle mie lacune e dal secondo anno sono cresciuto giocando sempre di più, poi ho fatto la carriera che ho fatto. La stessa cosa è successa a Michele Campagnaro: ha giocato poco il primo anno a Exeter ma poi ha saputo farsi valere ed è diventato il giocatore che è oggi. E’ formativo giocare all’estero, in certe squadre cresci perché ti alleni e giochi con dei giocatori fortissimi. Ci sono state delle stagioni in cui in squadra c’erano solo giocatori di livello internazionale, mi allenavo con dei nazionali di Francia, Argentina, Uruguay…”.

 

 

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Aldo Nalli  2 mesi fa

Tempo fa ho espresso il mio dispiacere sul perché i nostri ex nazionali non allenano in Italia per fare crescere questo sport. Ora ho capito che l'Italia non è attraente non solo per i giocatori, ma anche per gli allenatori gli anticorpi Nico che trovano attraente il nostro rugby sono i dirigenti,..... L'unica speranza è che possano tornare in Italia con il loro bagaglio culturale. Ma poi non ho capito una cosa ma Bergamasco come fa a rispondere di non essere informato sulla nostra formazione giovanile? Mah.

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